E’ tempo di Servant Leadership?

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di Valeria Bonghi

Non so in effetti quanto questo termine sia popolare nell’ambito delle organizzazioni aziendali, ma il concetto di leader “al servizio” è antico e lo si trova ricorrentemente in filosofia e in molti testi religiosi, magari non citato esattamente in questo modo. Il termine “Servant Leader” è stato invece coniato negli anni ‘60 da Robert K. Greenleaf, che ne lanciò uno specifico movimento e in molte realtà sociali è largamente applicato.

Ma che significa? E perché parlarne oggi?

Quando si parla di leader si è sempre tentati di pensare ad una organizzazione piramidale in cui il potere viene esercitato dall’alto verso il basso. Possono esservi vari stili di leadership, bravi leader o pessimi leader, ma resta questa l’idea principale.

La “Servant Leadership” capovolge in qualche modo questo principio poiché il potere viene condiviso ed è molto più importante per un capo capire i bisogni dei propri collaboratori e far si che essi possano esprimere le proprie capacità e competenze nel modo più efficace ed efficiente che esercitare il proprio potere relativamente al ruolo organizzativo che occupa. Un leader di questo tipo è prima di tutto un “Servant Leader” (leader al servizio) e poi un Leader, è capace di mettersi da parte abbandonando l’”io” e usando il “noi”, crede fortemente che il lavoro di gruppo sia molto più efficace del lavoro di tanti singoli e crea situazioni di lavoro positive e virtuose. Le organizzazioni che adottano questo concetto ottengono un maggior impegno delle persone, fanno fluire la creatività e quindi in generale producono migliori risultati.

E’ chiaro che questo paradigma di leadership si porta dietro dei valori di riferimento, che sono stati variamente formulati. Ne cito solo alcuni di quelli che sono stati ispiratori nella mia esperienza lavorativa.

  • Ascoltare attivamente – ascoltare con attenzione tutto quel che viene detto e anche il non detto. Ciò presume una buona capacità di ascolto di se stessi e delle proprie emozioni.
  • Essere empatici – riuscire ad immedesimarsi nel vissuto dell’altro. E’ importante per questo non avere pregiudizi di sorta e partire dal presupposto che ognuno abbia buone intenzioni.
  • Far crescere gli altri – prendersi cura della crescita personale e professionale delle persone bilanciando le loro aspettative rispetto all’organizzazione di appartenenza. Essere attivatori di processi di empowerment e permettere ai collaboratori di crescere nella più sana versione di se stessi.
  • Guardare oltre – avere chiara una direzione e una meta che vadano oltre le situazioni contingenti e il breve periodo e, in questa ottica, essere un coach e non un controllore.
  • Costruire comunità – creare ambienti di collaborazione e condivisione di conoscenze, con una identità e una cultura comune, dove sia possibile per ognuno giocare un ruolo spontaneamente attivo.

Sarebbe bello che nelle aziende si sviluppasse questo tipo di leadership in modo diffuso! Vorrebbe dire lavorare in modo umano e consapevole.

Greenleaf era andato oltre il concetto di Servant Leaderhip individuale ipotizzando intere organizzazioni Servant-Leader. “ …Prendersi cura delle persone, le più capaci al servizio delle meno capaci, è la pietra su cui si costruisce una buona società … Se si vuole costruire una società migliore … che offra maggiori opportunità creative per la sua gente, allora il percorso è quello di aumentare la capacità di “servire” all’interno delle maggiori istituzioni iniettando al loro interno nuove forze rigenerative”.

Sembrano concetti inapplicabili nei contesti in cui lavoriamo…vero?

Eppure attualmente vengono “naturalmente” usati o stanno prendendo piede nelle organizzazioni sociali, nelle associazioni, in organizzazioni che lavorano per progetti (il Project Management Institute ha ben delineato in tal senso le caratteristiche del Project Manager) e in particolare, nella mia esperienza specifica, nei progetti che applicano la metodologia Agile di ingegnerizzazione del software (mi riferisco in particolare al ruolo dello Scrum Master) e certamente anche in molti altri contesti specifici.

Io penso che sia fondamentale operare questo cambiamento e andare in questa direzione tenendo ben presente che siamo in una società liquida “dove ciò che conta è la velocità e non la durata” (citando Z. Bauman), dove la separazione tra professione e vita privata si ridurrà sempre di più, perché tutto si confonde e si permea. Quando la società ha valori poco stabili e impera il “tutto e subito”, le vere ricchezze da preservare saranno paradossalmente la conoscenza e la resilienza e il ruolo delle persone, nel processo di generazione delle idee e del valore, aumenterà continuamente.

Io ho avuto dei buoni maestri che hanno inciso molto sui miei comportamenti e in particolare, mi è apparso evidente proprio mentre scrivevo queste riflessioni (e non so se questo sia veramente un caso) delle eccezionali maestre, esempi concreti di leadership al “servizio”.

Spunti di riflessione:

www.greenleaf.org

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La potenza dell’invecchiamento: una opportunità per la persona

DSC_0388di Valeria Bonghi

Proseguendo sul tema introdotto vorrei affrontarlo da un altro punto di vista.

Avremo noi le capacità fisiche e mentali per lavorare dopo i 55 anni? E inoltre avremo le competenze che si rendono via via necessarie? E soprattutto ne avremo la motivazione?

Questo è il punto di vista individuale che determinerà il successo anche delle iniziative aziendali e sociali. Un punto di vista imprescindibile.  E’ vero che le aziende e lo stato magari sosterranno l’invecchiamento della popolazione dei propri dipendenti e cittadini ma è soprattutto vero che ogni individuo può affrontare la situazione in modo completamente diverso. Ci sarà chi resta in azienda e lo vorrà fare in modo attivo, chi resta in azienda a malincuore e patirà la concorrenza delle nuove generazioni, chi vorrà uscire dalla azienda per intraprendere altre strade, chi lavorerà ben oltre l’età pensionabile sia per necessità che per piacere sociale. Le generazioni che subiscono attualmente e maggiormente questa situazione sono quelle dei nati negli anni 50-60, Babyboomer e Generazione X, non a caso la mia, e cioè di coloro che avevano impostato la vita basandosi sul fatto di avere un lavoro certo ed una pensione certa a fine vita lavorativa. In pratica si prospetta, ed in parte è già in atto, un radicale cambiamento nella struttura del lavoro ed è necessario innescare un approccio diverso basato sull’apprendimento continuo e sulla condivisione di conoscenze ed esperienze tra generazioni.

Ognuno di noi può intraprendere una via personale di transizione e cambiamento verso questo nuovo modello. E’ noto che dopo una certa età le priorità nella vita cambiano: sul lavoro ciò che conta maggiormente sono il riconoscimento, la considerazione, l’autonomia; le gerarchie stanno strette; si vive con più disagio il cambiamento e si apprende in modo diverso. Quel che diventa importante allora è avere una motivazione, che non è più necessariamente legata ad aspetti economici, di carriera, di aspirazione sociale bensì a quel che da senso alla nostra vita, a quel che ci fa alzare dal letto la mattina, a quel che i giapponesi chiamano Ikigai.  L’Ikigai è composto da quattro elementi: le cose che ci piace fare, le cose che si sanno fare bene, le cose per cui ci pagano o potremmo essere pagati e le cose di cui il mondo ha bisogno, che giovano al prossimo. Un cocktail di passione, professione, vocazione e missione. L’Ikigai cambia nel tempo: ad ogni stagione della vita corrisponde il relativo Ikigai. Nella nostra fase matura di vita può essere estremamente interessante ed efficace dare voce all’Ikigai, fare una vera e propria immersione nel proprio vissuto e ritrovare quella energia tipica della giovane età, invecchiare ringiovanendo. Dobbiamo quindi arrivare a trovare la nostra ragion d’essere sia da soli che con percorsi di consapevolezza (meditazione, counseling, coaching). Possono essere utilizzate numerose tecniche anche estremamente operative per sollecitare questo percorso. Tecniche di visualizzazione, di fantasie, di storytelling, di voice dialogue.  Qualunque sia il percorso che si intenda seguire i risultati sono molte volte sorprendenti. Quante cose abbiamo dimenticato di avere e di essere!

L’invecchiamento quindi può essere un viaggio consapevole nella propria sapienza vissuta e sperimentata; questo comporta sviluppare le risorse interiori per adattarsi all’invecchiamento invece di negarlo ed assicurarsi che la prossima fase della vita sia piena di scoperte di sé e di scelte deliberate.

Ricollegandomi al post precedente, le aziende dovranno attivarsi per supportare e proteggere l’unica vera risorsa che cresce, gli “anziani”, e dall’altro lato tutti gli “anziani” (purtroppo questa parola contiene ancora un significato negativo) dovranno comprendere quale sia la loro unica e personale ricetta per il “ringiovanimento” e per offrire il proprio importante  e necessario contributo.

Ma è pensabile un Ikigai collettivo, un Ikigai aziendale? …alla prossima puntata…

 

Spunti di riflessione da:

  • Bettina Lemke “Ikigai. Il metodo giapponese”, Giunti.