La potenza dell’invecchiamento: una opportunità per la persona

DSC_0388di Valeria Bonghi

Proseguendo sul tema introdotto vorrei affrontarlo da un altro punto di vista.

Avremo noi le capacità fisiche e mentali per lavorare dopo i 55 anni? E inoltre avremo le competenze che si rendono via via necessarie? E soprattutto ne avremo la motivazione?

Questo è il punto di vista individuale che determinerà il successo anche delle iniziative aziendali e sociali. Un punto di vista imprescindibile.  E’ vero che le aziende e lo stato magari sosterranno l’invecchiamento della popolazione dei propri dipendenti e cittadini ma è soprattutto vero che ogni individuo può affrontare la situazione in modo completamente diverso. Ci sarà chi resta in azienda e lo vorrà fare in modo attivo, chi resta in azienda a malincuore e patirà la concorrenza delle nuove generazioni, chi vorrà uscire dalla azienda per intraprendere altre strade, chi lavorerà ben oltre l’età pensionabile sia per necessità che per piacere sociale. Le generazioni che subiscono attualmente e maggiormente questa situazione sono quelle dei nati negli anni 50-60, Babyboomer e Generazione X, non a caso la mia, e cioè di coloro che avevano impostato la vita basandosi sul fatto di avere un lavoro certo ed una pensione certa a fine vita lavorativa. In pratica si prospetta, ed in parte è già in atto, un radicale cambiamento nella struttura del lavoro ed è necessario innescare un approccio diverso basato sull’apprendimento continuo e sulla condivisione di conoscenze ed esperienze tra generazioni.

Ognuno di noi può intraprendere una via personale di transizione e cambiamento verso questo nuovo modello. E’ noto che dopo una certa età le priorità nella vita cambiano: sul lavoro ciò che conta maggiormente sono il riconoscimento, la considerazione, l’autonomia; le gerarchie stanno strette; si vive con più disagio il cambiamento e si apprende in modo diverso. Quel che diventa importante allora è avere una motivazione, che non è più necessariamente legata ad aspetti economici, di carriera, di aspirazione sociale bensì a quel che da senso alla nostra vita, a quel che ci fa alzare dal letto la mattina, a quel che i giapponesi chiamano Ikigai.  L’Ikigai è composto da quattro elementi: le cose che ci piace fare, le cose che si sanno fare bene, le cose per cui ci pagano o potremmo essere pagati e le cose di cui il mondo ha bisogno, che giovano al prossimo. Un cocktail di passione, professione, vocazione e missione. L’Ikigai cambia nel tempo: ad ogni stagione della vita corrisponde il relativo Ikigai. Nella nostra fase matura di vita può essere estremamente interessante ed efficace dare voce all’Ikigai, fare una vera e propria immersione nel proprio vissuto e ritrovare quella energia tipica della giovane età, invecchiare ringiovanendo. Dobbiamo quindi arrivare a trovare la nostra ragion d’essere sia da soli che con percorsi di consapevolezza (meditazione, counseling, coaching). Possono essere utilizzate numerose tecniche anche estremamente operative per sollecitare questo percorso. Tecniche di visualizzazione, di fantasie, di storytelling, di voice dialogue.  Qualunque sia il percorso che si intenda seguire i risultati sono molte volte sorprendenti. Quante cose abbiamo dimenticato di avere e di essere!

L’invecchiamento quindi può essere un viaggio consapevole nella propria sapienza vissuta e sperimentata; questo comporta sviluppare le risorse interiori per adattarsi all’invecchiamento invece di negarlo ed assicurarsi che la prossima fase della vita sia piena di scoperte di sé e di scelte deliberate.

Ricollegandomi al post precedente, le aziende dovranno attivarsi per supportare e proteggere l’unica vera risorsa che cresce, gli “anziani”, e dall’altro lato tutti gli “anziani” (purtroppo questa parola contiene ancora un significato negativo) dovranno comprendere quale sia la loro unica e personale ricetta per il “ringiovanimento” e per offrire il proprio importante  e necessario contributo.

Ma è pensabile un Ikigai collettivo, un Ikigai aziendale? …alla prossima puntata…

 

Spunti di riflessione da:

  • Bettina Lemke “Ikigai. Il metodo giapponese”, Giunti.
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